Archeologia
La posizione, naturalmente fortificata, dell’altura sulla quale è sorto il nucleo più antico di Gissi, ne ha da sempre determinato la funzione strategica. Genti di stirpe sabellica occuparono infatti il sito sin dall’età arcaica, e tracce nella necropoli relativa a tale insediamento sono venute alla luce nel 1892 sulla collina di S. Giovanni, ove “si scopersero tombe e si raccolsero molti oggetti, di cui si serbano dal dottor Celidonio Marisi i seguenti: uno stamnos di bucchero italico … una cotyle anche di bucchero italico, rotta; una patina campana; frammenti di coppa sottilissima in bronzo; frammenti di una cuspide di lancia in ferro; un pezzo di torques in bronzo con graffiti ad occhiello.” Non sappiamo se le mutate condizioni politiche e il nuovo ordinamento amministrativo instaurato in seguito alla Guerra Sociale (91-89 a.C.) abbiano causato l’abbandono del centro fortificato d’altura, ma è probabile che la sua rioccupazione stabile possa risalire già ai secoli dell’alto medioevo, un periodo di grande instabilità ch
e ha favorito la scelta di luoghi arroccati. Il paese, tuttavia, viene citato per la prima volta in documenti del XII sec., quando si chiamava Gissum ed era pheudum iiij militum (feudo di quattro cavalieri) tenuto da Joczolinus, conte di Loreto. E di nuovo si deve evidenziare la rilevanza del sito, sia dal punto di vista economico sia da quello strategico: lo dimostrano sia la quantità di cavalieri che consentiva di armare e l’importanza del suo feudatario, rampollo di una nobile famiglia normanna, sia la sua menzione nel “Libro di re Ruggero” compilato da al-Idrïsï intorno alla metà del XII sec. Nel territorio di Gissi, sul pianoro della dorsale collinare che si erge sul lato sinistro della valle del Sinello, esisteva quindi un altro insediamento italico la cui memoria si è sedimentata nella memoria popolare che conserva il ricordo di un paese abbandonato a causa di un’invasione di formiche. La fondatezza della tradizione è stata confermata già dal De Nino, che nel 1896 segnalava la scoperta a Colle Rovelizio, nei pressi della masseria Marisi, di “un centinaio di tombe formate di tegoloni, disposti a prisma triangolare, così: tre tegoloni in fila orizzontale e altrettanti ai due lati inclinati ad angolo, come tetto: nelle congiunture dell’angolo superiore, coppi. Alcune tombe erano senza opera laterizia. A capo dello scheletro, vasi simili ad olle e piccole lagene e urceoli. Sono stati scoperti anche alcuni avanzi di muri.” Dalla notizia del De Nino si poteva dedurre l’esistenza di numerose sepolture del tipo detto “a cappuccina” e di una certa quantità di tombe a fossa, verosimilmente più antiche, contraddistinte da un corredo vascolare comprendente l’olla rituale, e questi dati hanno ricevuto conferma da scoperte recenti. Tra il 1993 ed il 1994, infatti, sono state messe in luce, e in parte danneggiate, sei sepolture a fossa terragna con copertura in ciottoli databili tra il V ed il IV sec. a.C. ed una tomba a cappuccina che il corredo in essa contenuto permette di collocare tra la fine del II e la prima metà del III sec. d.C. e costituisce dunque il segno di una continuità di vita, o almeno di un rioccupazione del sito in età imperiale. Le sei sepolture più antiche sono poi riferibili a due nuclei cemeteriali localizzati rispettivamente a Colle Rovelizio e a Pian Querceto, ma le circostanze di rinvenimento, che si è configurato come un recupero e non come uno scavo estensivo, non consentono di stabilire se si trattasse di un’unica vasta necropoli o se invece i diversi gruppi di tombe siano piuttosto attribuibili a diverse famiglie o clan, due ipotesi che però non si escludono a vicenda. Purtroppo i corredi recuperati sono pochi e incompleti, ma non per questo meno importanti ai fini della ricostruzione del paesaggio artistico e culturale del territorio attribuito ai Frentani: i materiali documentano infatti una notevole permeabilità agli influssi culturali provenienti dall’area occupata dai Dauni tradita dalla presenza costante dell’olla, che riprende spesso modelli della produzione sub-geometrica daunia, e dal rinvenimento di una coppetta di vernice nera sovradipinta importata quasi sicuramente dall’Apulia.
Tombe e stazioni di età varie in Gissi
Ad Ovest di Gissi sorge una collina detta Sente Jenne dove c’è una chiesuola dedicata a S. Lucia. Nello scavare le fondamenta, l’anno 1892, si scoprirono tombe e si raccolsero molti oggetti: uno stamnos di bucchero italico alto m. 0,28 col diam. m. 0,20 e base m. 0,13; una cotyle anche di bucchero italico, rotta; una patina campana; frammenti di coppa sottilissima di bronzo; frammenti di una lancia di ferro; un pezzo di torques di bronzo ad occhiello. Al di sotto di queste tombe sprofondò il terreno, per rottura di una volta di costruzione antica. Forse poteva essere una cella mortuaria.












